RICORDI ED EREDITÀ IMMATERIALI DEL MIO PAESE

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

Queste parole, scritte da Cesare Pavese nel suo romanzo ‘’La luna e il falò’’, spiegano come, secondo l’autore, nonostante il bisogno di fuggire via dalle piccole realtà, in loro rimanga sempre qualcosa di noi e viceversa. Io stessa sono nata e cresciuta in un piccolo paesino di appena cinquemila abitanti nell’entroterra ciociaro: Piglio. Fin da piccola, il nome stesso mi ha sempre riportato alla mente sensazioni di un luogo rustico e dall’atmosfera familiare, dove il senso di inimicizia scompare per tutti quando ci si rende conto di vivere nella stessa realtà e di essere legati da un senso di appartenenza comune. L’atmosfera di un paese, a parer mio, si sente già nell’aria, dai suoni, dagli odori, dai volti della gente, dai dialetti locali, dalle tradizioni tenute in vita, dalle strade che hanno così tanto da raccontare. Per me il mio paese è come una grande casa all’interno della quale vi sono stanze piene zeppe di ricordi. Ricordo mia nonna seduta fuori casa a chiacchierare con le signore del vicolo a raccontare del tempo passato, ricordo mio zio al solito bar a giocare a carte e le passeggiate con papà, durante le quali chiunque lo incontrasse lo salutava. Lui mi ripeteva che in fondo qui si vedono sempre le stesse facce, volti tristi, sorridenti, malinconici, allegri, pensierosi, ma sempre gli stessi. Eppure quanta poesia in quei volti! Della mia infanzia trascorsa in paese ho nella memoria che bastava ben poco per essere felice, forse anche perché era proprio poco quello che si aveva a disposizione da fare. Ricordo bene le tradizioni che man mano stanno svanendo, i luoghi che con gli anni sono cambiati, i pomeriggi passati a guardare i bambini più grandi che giocavano a “bussa e scappa”, suonando a case che ormai sono vuote da anni, colpa delle necessità lavorative e di ritmi di vita sempre meno compatibili con quelli lenti e più umani di una piccola realtà. E ancora ricordo il contatto vero ed autentico con la natura e le lunghe corse per i prati in campagna, che da tempo sono o sfruttati per l’edilizia o abbandonati a se stessi. Se avessero mai chiesto alla piccola me dove le sarebbe piaciuto vivere, non credo che avrebbe mai esitato prima di rispondere ‘’nel mio paese’’, anche se ad oggi le cose sono diverse. Ho sempre amato e amo l’aria fresca e leggera, fare lunghe passeggiate per i vicoli più sperduti immaginando come fosse la vita lì anni prima. Amo l’inflessione del mio dialetto. Amo la musica di paese, fatta di fisarmoniche e strumenti tipici. Amo sentire storie antiche. Amo le abitudini. Amo la vita tranquilla distante dalla frenesia del mondo. Amo il silenzio delle montagne e l’immensità del rosso nel cielo al tramonto. Tuttavia, come ogni cosa, la vita in paese ha anche i suoi svantaggi. Per noi giovani specialmente ci sono poche opportunità sotto molti punti di vista, a partire da quello lavorativo, ad esempio. Credo che uno dei problemi principali, nelle piccole realtà, sia la necessità di incontrare nuove persone e avere stimoli culturali maggiori. Di conseguenza, c’è chi abbandona il proprio luogo per scelta, ma anche chi è costretto da forze maggiori, come uno studente universitario o un anziano che necessita di avere più comodità a portata di mano. In particolar modo negli ultimi anni, con l’intensificarsi del fenomeno della globalizzazione e dell’industrializzazione, i posti di lavoro nei paesi sono diminuiti sempre di più e le persone che non vogliono abbandonare la propria casa sono quantomeno costrette a spostarsi per lavorare. Così come pochi restano, molti vanno, guadagnando sicuramente una vita più comoda, con maggiori agi e opportunità, apparentemente migliore e forse sperata da molti. Allo stesso tempo non ci si domanda però cosa invece si lascia in paese: amicizie, solidarietà, senso di comunità e ritmi di vita più lenti e sani. Negli ultimi anni però questo senso di appartenenza sembra svanire sempre di più, specialmente tra noi giovani, che spesso scordiamo quanto sia importante e fondamentale avere un luogo di provenienza che in un certo senso non ci abbandonerà mai. Scordiamo quanto sia bello avere delle tradizioni, delle storie, un passato e qualcosa da tramandare alle generazioni future. Perché nella gente, nelle piante e nella terra del nostro luogo natale ci sarà per sempre un qualcosa di noi che resterà lì ad aspettarci.

Maria Cristina Passa

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